Il Clan Fuoco del Lucera 1 sui luoghi del terremoto. Ecco “Se la terra trema”

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a cura di Alessio Pittari

Il nome proposto da AGESCI Marche racchiudeva già tutto: “Se la terra trema“. La Route – a cui hanno preso parte centinaia di R/S provenienti da tutt’Italia – non dava in alcun modo spazio ad interpretazioni: coloro che avrebbero deciso di partecipare a questo evento sapevano già che ci si sarebbe mossi attraverso uno dei tanti luoghi del centro Italia colpiti dallo sciame sismico che ha devastato persone e cose nel Centro Italia. E’ passato circa un anno da quel 24 agosto 2016, quando una scossa di magnitudo 6.0 colpiva la valle del Tronto, distruggendo in poco tempo interi paesi e spezzando tante – troppe – vite umane. I terremoti si sono susseguiti nei mesi successivi, continuando a scalfire la pazienza dei tanti cittadini di quei luoghi che desideravano e desiderano tuttora una sola semplice cosa: la normalità. «Normalità». Un termine che nei sette giorni di permanenza nei Monti Sibillini sarebbe risuonato persistente nelle nostre teste.

Il nostro arrivo a Macerata è stato accompagnato dalla testimonianza di un ricercatore dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).  Ci è stato raccontato qual è il passato sismico di quella terra, che in qualche modo accomuna quello delle regioni italiane appese all’Appennino. Ci è stato spiegato cosa è successo con il terremoto. Cosa sta ancora accadendo. In che modo persino la morfologia di quel territorio sia stata modificata a seguito di uno sciame che conta da quel giorno di agosto migliaia e migliaia di scosse. Alcune impercettibili. Che continuano ad allertare i sensori dei ricercatori che studiano senza fine i fenomeni. Una vera e propria lezione che è culminata con una grande e quasi scontata verità: bisogna costruire bene. E con criterio. Oculatamente. Tanto da limitare i danni quando fenomeni sismici – come quelli che hanno devastato intere regioni della nostra nazione-  si manifestano. Anche perché, come forse tutti sappiamo, questi non sono in alcun modo prevedibili. E’ pacifico che potranno ripetersi, magari ancora più forti. Ma non è in alcun modo possibile sapere né quando né dove. A Macerata si è composto il nostro clan di formazione, in cui sono confluiti i rover e le scolte del clan/fuoco “La Fenice” del Lucera 1 con quelli del Bari 14, del Castellana Grotte 1 e del San Benedetto del Tronto 1.

La domenica siamo stati trasferiti da Macerata verso l’interno. Direzione Monti Sibillini. Il nostro percorso partiva dal Comune di Montemonaco. Un paese a pochi chilometri di distanza dal confine con l’Umbria. Punto di frontiera del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Una vera e propria bellezza. Ferita dal terremoto. Non erano poi tante le case che esternamente mostravano danni. Ma molte di quelle abitazioni sono state dichiarate inagibili e da abbattere. I residenti, rispetto lo scorso anno, sono diminuiti. Ma la cosa che mi ha lasciato stupito era la presenza di tante attività artigianali ed eno-gastronomiche che promuovevano stoiche le bontà tipiche di quella terra. Dal prosciutto al vino, salumi di ogni genere, pasta. Ecco. Normalità, necessità di normalità. Di ritornare a quell’economia basata su turismo ed agricoltura. Abbiamo avuto modo di conoscere il vicesindaco di Montemonaco, una giovane donna che ci avrebbe raccontato cosa è successo in quei mesi di paura. Del palazzo di città inagibile alla forte volontà di ritornare alla normalità dopo l’emergenza. Manuela ci ha proposto la sua testimonianza in prossimità del Museo Diocesano di Montemonaco, dove sono state stipate le opere d’arte, finanche le campane, delle chiese danneggiate dal terremoto. Era accompagnata dal Comandante della locale stazione dei Carabinieri. Entrambi hanno colpito per la densità delle loro testimonianze e per il forte rispetto per lo Stato. Abbiamo incontrato a Montemonaco anche Rosangela, una delle guide del Parco dei Monti Sibillini. Un vero e proprio esempio di persona innamorata del proprio territorio. Nelle poche ore vissute con lei non l’abbiamo vista un attimo ferma. Sempre in movimento. Al Museo dei Monti Sibillini, alla vicina colonia estiva, in auto, con il furgone, a piedi. E’ stata lei ad accompagnarci nei luoghi di servizio. Ci siamo divisi: chi a ripulire il vicino parco chi a giocare con i tanti bimbi della colonia estiva. Nulla di straordinario. Solo e soltanto magnifica normalità, appunto.

Il martedì seguente eravamo già per strada. Destinazione Montefortino. Poco più di 15 chilometri da Montemonaco. Lungo la provinciale prima – e nei tratturi poi – abbiamo iniziato a comprendere la vera potenza del terremoto. Tantissime infatti erano le case lesionate incontrate lungo il percorso. Anche lì i pastori e agricoltori stanno lottando per riprendersi la loro normalità. Anche se di alberi pieni di frutta non raccolta ne abbiamo visti tanti. A decine di migliaia sono infatti i cittadini che dall’entroterra sono stati trasferiti per sicurezza lungo la costa adriatica. E non è ancora chiaro se potranno – o vorranno – tornare in quella terra che manifesta bellezza e fecondità in ogni dove.

Abbiamo camminato lungo il Grande Anello dei Sibillini (GAS): 124 km di bellissimi sentieri che circondano le catene montuose, che si arrampicano per boschi e per aree rocciose. Ne abbiamo percorsi poco meno della metà in tutta la Route.  Abbiamo poi trovato riparo al rifugio Garulla, punto di riferimento per i tanti fruitori del GAS. Il gestore ci ha raccontato la sua esperienza con il terremoto. Il Rifugio Garulla è una struttura bella, recente, che ben ha risposto alle forti scosse di terremoto. Altri immobili, lì intorno, hanno subito danni molto importanti. Il gestore ci ha raccontato della forte voglia di ritorno alla normalità, di quanto importante sia per loro che vengano ripristinati e ripuliti alcuni sentieri, ora che l’emergenza è finita; di quanto importante sia dimostrare al mondo che le Marche sono ancora lì, che i Monti della Sibilla sono ancora quel magnifico parco naturale come lo erano il 23 agosto 2016.

Gli ultimi 22 km che ci separavano dall’ultima tappa, la piccola frazione di Monastero, ci hanno mostrato magnifici scenari: dal vicino passo a Pintura si sono spalancate davanti a noi sconfinate lande di prati e boschi. L’arrivo alla piccola frazione di Monastero è stato però mesto. Non c’era nessuno in giro. Solo dopo ci avrebbero fatto notare che sono solo due gli abitanti che tuttora sono lì, a resistere in quella piccola fila di immobili. I già pochi abitanti hanno dovuto abbandonare le loro case, fortemente lesionate dai terremoti.

Negli ultimi due giorni di campo fisso abbiamo avuto modo di ascoltare diverse testimonianze. Tante sono state le persone che si sono infatti costituite in comitati ed associazioni per assistere chi ha deciso di restare per dare una speranza a quei territori che esigono solo e soltanto normalità. Quella che da per scontato che gli animali debbano mangiare e bere tutti i giorni altrimenti muoiono, che le stalle debbano rispettare le specificità di quel territorio, che le casette debbano essere installate per tempo, che non si debba indurre chi vuol restare all’abusivismo edilizio, che le persone debbano tornare nelle loro comunità di origine, che le case debbano tornare ad essere abitate, che i borghi siano nuovamente vissuti, che la patria, che si è stretta con amore e prontezza attorno ai fratelli di Lazio, Marche ed Abruzzo nel momento dell’emergenza, continui a seguire da vicino le vicende di quella striscia di terra larga qualche centinaio di chilometri senza che mai i riflettori vengano spenti. La paura, quella del terremoto, viene vinta così del resto: con quella semplice cosa che è la vita di tutti i giorni, con un tetto sicuro sulla testa, con le preoccupazioni usuali e le gioie di sempre. Utopia? Ma no! Normalità!


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