Il Clan Fuoco del Lucera 1 in trasferta a Scampia. Ecco il servizio dei ragazzi

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Le vele
Le vele di Scampia – Foto: Alessio Pittari

di Alessio Pittari

Sette giorni, dieci ragazzi, quattro capi ed un frate. Zaino in spalla e via, verso la Campania, regione maledetta, secondo i media, cancro di una intera nazione secondo qualche “profondo” conoscitore delle dinamiche demografiche e storiche della nostra Italia. Oh, il treno che ci ha portato a Caserta, da Foggia, è partito puntuale ed è arrivato con pochi minuti di ritardo.

La nostra prima tappa prevedeva un pernotto nella Chiesa del Buon Pastore della città di Caserta, dove abbiamo scoperto una comunità religiosa, una Parrocchia, che non si ferma mai. Affollatissime funzioni eucaristiche, sette in un giorno alla domenica, celebrate da due sacerdoti che non conoscono il concetto di “mani in tasca”. Una struttura moderna, apparentemente recente, con un gruppo Scout al suo interno, il Caserta 4, diverse realtà associative e ad elevata finalità sociale. Senza contare l’impegno reale e permanente nei confronti dei profughi, ospitati temporaneamente nei locali della Chiesa. Niente male per una città meridionale del profondo triangolo della morte della Campania.

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Una piccola cappellina dedicata alla Madonna Dell’Arco, allestita dentro le Vele. Per molti lì è la “Madonna dei Camorristi”.

Ma il nostro viaggio verso il baratro è continuato il giorno dopo, quando, tramite un trenino regionale innovativo e pulito, siamo giunti a Napoli e di li, tramite la pulita metropolitana, dove non ci ha borseggiato nessuno, in direzione Piscinola, una stazione capolinea, la più lontana dalla Stazione Centrale del capoluogo campano. Ebbene si, siamo entrati nel rione Scampia, quello di Gomorra, quello delle vele, quello del far west e del sangue e della droga. Ad accoglierci un ragazzo, anzi no, un sacerdote, don Sergio, rettore dei Gesuiti che in quel quartiere hanno una chiesa costruita proprio a ridosso di quella che una volta era la più grande piazza di spaccio di droga dell’Europa. Don Sergio ci accompagna a piedi per il quartierone di ottantamila abitanti. Il mezzo militare vicino la stazione della metro e i due militari armati di mitra messi li a presidiare il muro che lascia intendere che si sta per entrare nella terra di Gomorra non sono un buon segnale. Ecco Scampia. I palazzi che abbiamo visto vicino il terminal non erano tanto differenti dalla 167 di Lucera. In entrambi i casi i progetti sono stati costruiti da professionisti del non gusto, ma il nostro obiettivo sono loro, le vele. L’epicentro del male. Da lontano la vista è terribile. Traumatica. Il progettista forse non poteva mai immaginare cosa sarebbero diventati questi palazzoni alti qualche decina di piani e non serviti da alcuna comodità. Attraversiamo la vela rossa, quella gialla, quella azzurra, il torrione (una vela a cui mancano le ali laterali). Nessuno ha opposto resistenza per fortuna. I macchinoni e le vedette non si sono visti. Piuttosto incontriamo qualche bambino che ci accoglie e ci fa vedere la sua casa. Un bugigattolo progettato da qualche insano a cui si accede tramite una passerella che spunta fuori dai “ballatoi” tipici delle vele. Una vergogna per una nazione che si dice civile. Ma i bambini sono comunque sorridenti ed accoglienti, e ci fanno da ciceroni assieme a don Sergio.

La Comunità R/S del Lucera 1 davanti la Rettoria dei Gesuiti a Scampia
La Comunità R/S del Lucera 1 davanti la Rettoria dei Gesuiti a Scampia

La nostra passeggiata continua verso la rinominata “Piazza Ciro Esposito”, al tempo piazza Giovanni Paolo II, un enorme slargo dove il papa polacco celebrò una funzione eucaristica. Quindi ecco il “Parco Poste” ed il Lotto P, o case dei puffi, dove i camorristi avevano impiantato la più grande piazza di spaccio di droga di tutta la UE. Oggi l’aria è molto più respirabile.

Ecco lì, a pochi metri, un bunker, una struttura insolita pensata da qualche genio come una Chiesa: è la rettoria dei Gesuiti di Scampia. La nostra casa per cinque giorni. Sbarre alte e piegate verso l’esterno, la Chiesa sottoposta rispetto al piano stradale. Cemento, ferro, vetro armato e plastica. Ma al freddo panorama esterno, si alterna il caldo cuore che fa circolare amore, speranza e misericordia al suo interno. Due sacerdoti, anzi quattro, si muovono continuamente da una parte all’altra: il centro di distribuzione dei medicinali, un avamposto medico per il vicino campo rom e per gli abitanti del rione, un centro di raccolta per presidi sanitari e dispositivi medici a volte troppo costosi, il centro di distribuzione dei viveri, un centro di ascolto per tossicodipendenti, una fervente comunità di volontari laici e religiosi che non si arrende al torpore che sembra assalire ed assediare il rione. Un “porto di mare“, osserverà uno dei nostri. Un breve briefing sulle nostre attività, e via a fare guai. Tre gruppi dei nostri si muovono relativamente verso le Vele, verso il Parco Poste (un comprensorio di palazzi circondato da mura metalliche e di cemento, accessibili tramite un varco attrezzato da guardia giurata e sbarre e cancelli automatici oltre che da tornelli pedonali) e verso il comprensorio del “Lotto P”, un labirinto di passaggi da destra a sinistra lungo alcune file di palazzi bassi e dalle volte bassissime. I bambini “scendono”, altri già per strada si accodano ai nostri, facilmente riconoscibili dall’uniforme dell’AGESCI. “Boiscout, boiscout” si ascolta continuamente. Via alcuni giochi, quindi l’appuntamento al giorno dopo per una giornata di giochi. E così sarà, casa per casa, appartamento per appartamento, comprensorio per comprensorio, giorno per giorno. I bambini di Scampia, sorridenti e composti, ma certamente vivaci, si ritrovano nella “Villa” del quartiere. Sarà così per cinque giorni. Solo un giorno sarà differente: una pattuglia del clan del Lucera 1 si accoda al gruppo dei volontari del Centro Hurtado per accompagnare un pullman di bimbi al mare. Il resto continua a giocare con gli altri bimbi che al mare non sono potuti andare. Con i genitori di tutti i comprensori, si instaura un buon rapporto, cortese e tranquillo, cementato da un certo senso di fiducia senza neanche tanto segreto rilasciato agli scout lucerini. Nel frattempo conosciamo i negozianti del posto, in particolare quelli vicini alla chiesa. Sorridenti, vispi, amichevoli, accoglienti. I soliti napoletani insomma. Con loro si instaura uno spontaneo rapporto di amicizia. Le risate, anche con i clienti del piccolo locale commerciale, si erogano a titolo gratuito, e nessuno ha tentato di venderci aria di Napoli.

L'incontro con Padre Sergio Sala
L’incontro con Padre Sergio Sala

L’ultimo giorno di servizio a Scampia sarà il più triste. La nostra route di servizio si deve muovere e allora tutto il clan/fuoco si muove insieme, in uniforme, lungo le vele, al Parco Poste quindi al lotto P. Un pensierino in legno per i bambini, qualche lacrima, alcuni pensieri lasciati dai bimbi su un foglio – soprattutto per le donne del nostro gruppo – e via, a rifare lo zaino.

Il giorno dopo ci si muove nuovamente. Metro, treno (questa volta giunto in anticipo) ed ecco la Stazione di Albanova, Siamo in provincia di Caserta, a qualche chilometro dalla città di Casal di Principe, il paese della ca… no scusate: della comunità di Don Peppe Diana. Un furgoncino ed un altro mezzo ci aspettano, ecco due ragazzi che ci faranno da guida nella città dei sch… no, del Comitato don Peppe Diana. Ci portano alla “Casa di don Peppe Diana”, un edificio sequestrato alle mafie ed affidato al terzo settore dove esiste attualmente una mostra delle vittime di camorra, un centro culturale nella casa che una volta ospitava qualche camorrista. D’obbligo la visita al cimitero di Casale, dove sono seppellite le spoglie mortali di Don Peppe, ucciso vilmente da un gruppo criminale perché, ci dirà Tonino, faceva ciò che un prete normalmente fa nel corso del suo ministero. Tonino è il rappresentante della Cooperativa che gestisce l’NCO, non quella cutoliana, ma la Nuova Cooperazione Organizzata, che ha impiantato in quell’edificio una pizzeria dove si impara a lavorare, ci si reinserisce nel tessuto sociale dopo una sbandata che ha provocato la macchia al casellario giudiziario. Francesco, uno dei due volontari, instancabile ci racconta della vita di don Peppe, delle peripezie e delle opere del popolo di Casale, scosso dalla morte di un sacerdote ed in cerca di riscossa. E le cose sono chiaramente cambiate.
Il ritorno a casa, dopo sette giorni, è accompagnato da un intercity che da Caserta ci riporta a Foggia con sette minuti di anticipo (Il giorno prima il regionale era arrivato a Caserta da Napoli con un minuto di anticipo). La missione è riuscita. Abbiamo smontato tanti pregiudizi, frantumato tanti luoghi comuni, raccolto tante nuovissime amicizie, non solo su Facebook. E voi… quando partite?


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