IL NOSTRO CAMMINO SULLA STRADA DI EMMAUS

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di Vincenzo Bartolino

Quest’anno noi, ragazzi del Clan Giovanni Paolo II, abbiamo sentito la necessità di vivere un’esperienza di servizio, in quanto di occasioni, nell’anno precedente, ce ne sono state ben poche alla luce dell’impegno preso con il Capitolo Nazionale. Siccome avevamo intenzione rendere partecipe anche i ragazzi del Noviziato “don Peppe Diana”, abbiamo affidato loro l’incarico di mappare le strutture presenti nei Monti Dauni settentrionali ed oltre in cui era possibile prestare servizio. Tra i pochi risultati prodotti da questa ricerca siamo venuti a conoscenza della presenza, lungo la SS89, del villaggio Emmaus, che ospita persone vittime di tossicodipendenza favorendone la reintegrazione sociale. Si presentò, quindi, l’opportunità di toccare con mano una realtà del tutto nuova, il che richiedeva impegno e molta maturità da parte di ciascuno di noi. Ciononostante non ci siamo tirati indietro, ed è a partire da questa scelta che abbiamo organizzato la nostra Route Invernale di Servizio dei giorni 27-28-29 Dicembre 2014.

Siamo entrati nel villaggio in punta di piedi. Eravamo incuriositi ma al contempo agitati perché non sapevamo davvero cosa aspettarci. L’idea comune era quella di un riformatorio, gestito da regole ferree, in cui i soggetti erano temporaneamente “parcheggiati”, convivendo e lavorando per portare avanti la struttura stessa. Sebbene da fuori poteva sembrare così, standoci dentro, la prospettiva è cambiata. Gli abitanti del villaggio ricordano molto più una famiglia: i responsabili sono simili a genitori che si prendono cura dei propri “figli” (ovvero gli ospiti) e della loro crescita personale, aiutandoli comprendere l’errore commesso e a trovare una soluzione a quelli che sono i problemi che inducono a commetterlo. La convivenza e il lavoro costituiscono i mezzi con cui posso riuscire ad integrarsi nella società. Il villaggio non rappresenta un punto di arrivo, ma un punto di partenza per riscattarsi e ricominciare a vivere secondo sani principi. È stata la spontaneità del loro modo di relazionarsi con noi a farcelo capire.

Per questo motivo l’imbarazzo sparì in fretta, il che ci ha permesso di collaborare più facilmente. Ci siamo messi a loro piena disposizione: chi puliva i lavelli, chi lavava stoviglie, chi ordinava la sala da pranzo, chi lavava a terra, chi puliva i vetri, chi caricava gli alimenti della dispensa o chi semplicemente rastrellava il fieno all’interno della fattoria. Tutti avevamo il nostro compito e lo svolgevamo con serenità in compagnia dei simpatici ragazzi del villaggio. Se l’aspettativa erano i musi lunghi, le circostanze ne hanno concessi ben pochi. Sì, perché dei momenti tristi, ahimè, ci sono stati. Infatti, la nostra permanenza fu ritenuta dai capi una buona occasione per ascoltare le testimonianze di quei ragazzi. Così, una sera, raccolti nella cappellina, Matteo e Francesco, due uomini molto coraggiosi, ci raccontano, senza mezze misure, le situazioni che li hanno spinti ad assumere quelle sostanze. Le loro storie ci hanno commossi. Nessuno è riuscito ad aprir bocca. Ciò che più ha colpito, al di là del dramma che hanno vissuto, è stata la grande forza di volontà che li ha spinti a mettersi in discussione e cambiare, scaturita da una fonte comune ad entrambi: la famiglia. Ed è per essa che stanno al villaggio, per riuscire ad annullare quel bisogno e realizzare il loro sogno più grande: tornare a condurre una vita dignitosa insieme ai propri cari.

I tempi all’interno del villaggio sono scanditi da una sirena, che assomiglia più ad un’allerta di attacco nucleare che a un invito ad accomodarsi a tavola. Durante i pasti c’è una piacevole atmosfera: chi racconta del proprio lavoro, chi invece parla di come ha intenzione di trascorrere la propria giornata libera di uscita, chi scherza e chi semplicemente ti sorride senza dire una parola. Finito di mangiare, il tempo di un caffè e si ritorna a svolgere i propri incarichi. Nei tempi morti eravamo soliti riunirci attorno a un tavolo con un mazzo di carte per giocare tutti insieme a “101” e “al ciuccio”, oppure per dare spettacolo con giochi di prestigio (in cui i ragazzi del villaggio erano particolarmente esperti). In quei momenti le risate abbondavano e riuscivamo ancor di più a stringere con loro un forte legame. Finita la cena, arriva il momento dell’animazione. In perfetto stile scout, ovviamente.

Al momento del “lancio”, gli ospiti del villaggio rimasero un po’ perplessi, non riuscendo ad immaginarsi cosa poteva essere. Ma la simpatica presentazione con il “TG Scout” sciolse ogni dubbio. I nostri bans, con quelle indecifrabili parole e quegli strampalati movimenti, riuscirono a coinvolgere tutti. Nessuno voleva che quella serata finisse. Purtroppo alle 23:00 calava il silenzio e non abbiamo potuto proseguire oltre.

Abbiamo lasciato il villaggio con un’ po’ di rammarico, volevamo rimanere ancora lì per essergli d’aiuto sia materialmente che moralmente. Questa esperienza ha insegnato molto sia a chi, proprio durante la Route, ha firmato la Carta di Clan unendosi a chi, prima di loro, lo aveva già fatto, sia a chi era alla prima esperienza di servizio e che (ci auguriamo) un giorno firmerà quello stesso impegno. Ed è con questa carica di entusiasmo che la nostra Comunità RYS riprende la marcia, nell’attesa che un giorno la sua strada possa incrociarsi nuovamente con quella di Emmaus.


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